Villa Lysis era un luogo eversivo e pagano, a testimonianza della vita degli anni d’oro che Capri ha vissuto negli anni a cavallo tra ’800 e ’900 sino al Grand Tour, quando l’isola divenne dimora di esuli, scapigliati, intellettuali, artisti e dandy di ogni nazione.

La sua storia è legata al barone Jacques d’Adelsward Fersen, nato a Parigi nel 1879 e morto a Capri nel 1923. L’eccentrico poeta e scrittore raggiunse Capri nel 1904, dopo che in Francia si trovò protagonista di uno scandalo che coinvolgeva alcuni studenti: ciò lo rese persona non grata nei salotti parigini e compromise anche i suoi progetti di matrimonio con la nobildonna Blanche Maupéou.

Egli venne accusato di comportamento indecente con minori, scontò sei mesi di prigione, venne multato di cinquanta franchi e perse i suoi diritti civili per cinque anni.
La fortuna di d’Adelsward-Fersen fu che a queste feste parteciparono anche altri personaggi in vista dell’alta società parigina, i quali fecero più o meno pressione sui giudici perché lasciassero cadere qualcuna delle accuse, per ridurre l’impatto dello scandalo.

Fu forse questo il momento in cui il barone si ricordò di Capri, già visitata a diciassette anni durante un tour nell’Italia mediterranea. Gli sembrava, dai ricordi, il luogo adatto in cui riparare, un’isola incantata e ricca di promesse di una vita libera dai rigidi vincoli sociali a cui era abituato, un rifugio lontano da tutti e l’unico che poteva preservare la sua delicata intimità, già messa alla berlina.

Acquistò un ampio appezzamento di dodicimila metri quadrati situato in cima ad una collina vicino al luogo in cui, due millenni prima, l’imperatore romano Tiberio aveva costruito Villa Jovis e con l’aiuto dell’amico scenografo Edouard Chimot iniziò la costruzione di quello che sarà destinato a diventare una sorta di tempio dedicato “alla gioventù e all’amore”.

La dimora, inizialmente denominata Villa La Gloriette per poi divenire Villa Lysis, dal nome di Liside, discepolo di Socrate, risultò una costruzione di tre piani dominata dal bianco, colore che amava vestire lui stesso, con terrazze a strapiombo sul mare, arricchita di marmi, stucchi, vetrate policrome, colonne corinzie istoriate con tessere d’oro, che reggevano un imponente architrave sul quale si trovava l’iscrizione in latino che Fersen volle dare come benvenuto ai suoi ospiti e che ben rappresentava lo spirito con cui il barone abitò questo luogo: Amori et dolori sacrum, (luogo sacro all’amore e al dolore).

Mentre la Villa era in fase di realizzazione Fersen partì per Ceylon; in quest’isola remota rimase affascinato dal senso di oblio regalato dall’oppio.

I lussuosi arredi vennero acquistati a Parigi e in Oriente. Ad Hong Kong, Fersen acquisì una incredibile collezione di trecento pipe da oppio, in oro, argento, avorio e pietre dure che andarono ad arredare quella che fu il vero cuore della casa: la Camera Cinese o Opiarium. In questa stanza, tra paraventi orientali e sete impalpabili, su vassoi d’argento venivano adagiati i vasi contenenti le migliori qualità della preziosa droga. Sempre più spesso Jaques si rifugiò in questo locale e si abbandonò ai sogni confusi dell’oppio.

Una preziosa testimonianza diretta sul barone Jacques d’Adelsward-Fersen ci è giunta attraverso i ricordi di Ada Negri, poetessa lombarda di fine ‘800, che fu sua ospite in questa dimora caprese.
Così scrisse, nelle sue memorie: “Andammo dunque una sera di fine maggio, a Villa Lysis, nulla allora conoscevo della misteriosa vita di Jacques de Fersen. Eravamo, se ben ricordo, in nove, dieci, fra uomini e signore. La sera tiepida, ma buia ché la luna si sarebbe levata assai tardi: la strada lunga, stretta, sassosa, scavata nella montagna. Cammina, cammina, nel buio, sotto le stelle, ci trovammo in uno spiazzo dinanzi ad una marmorea gradinata, conducente al portico romano della villa; ma la porta d’ingresso era nascosta da un ampio velario oro e nero. Sulla gradinata tappeti turchi e persiani; sui tappeti, tralci di rose; una profusione di rose; un torrente di rose. Al sommo della gradinata, due antichi tripodi di bronzo reggevano alcuni bracieri, donde vaporavano grani d’incenso. L’aroma dell’incenso unito a quello delle rose e a non si sa quale essenza orientale impregnava l’aria e mi dava il capogiro.
Globi opachi di luce erano sapientemente disposti fra il verde e nell’interno del portico. Dietro quei globi indovinavo la grandiosità del parco, respiravo in spirito l’innocenza degli alberi. Sedemmo in semicircolo, su poltrone preparate nello spiazzo. L’illusione del palcoscenico era festosa e perfetta. Il barone Jacques de Fersen credeva fermamente in quella messa in scena, in cospetto alla quale io non sapevo se ridere o piangere. Offriva su piatti d’oro sbalzato confetture che avevano il colore e la forma dei petali di rosa e il suo segretario Nino Cesarini, accanto a lui, stappava e mesceva champagne”.

Oltre alla villa, Fersen fece inoltre realizzare un ampio giardino con un tempietto circolare da cui iniziava un sentiero che sboccava sul mare: con un solo sguardo si abbracciava Marina Grande e l’intero Golfo di Napoli.

Un tempo vigneto, questo terreno fu fatto tramutare in una sorta di giardino “pagano” con grande scandalo dei contadini. Venne lasciato in vita solo un unico alloro, in onore di Apollo e tutte le piante vennero scelte rigorosamente in quanto care all’una o all’altra divinità: rose e mirti per Afrodite, pioppi bianchi per Ercole, melograni per Hera ed ovunque edera per Dioniso. Davanti alla scalinata che si protendeva verso il golfo di Napoli con le sue colonne corinzie scanalate d’oro, furono infine posti i cipressi in onore di Hades, dio della morte e dell’oltretomba. Un piccolo ponte a balaustre raccordava le due parti del giardino, sospeso vertiginosamente nel vuoto: da lì si poteva vedere, al di sotto, lo scosceso sentiero che conduceva alla caletta.

Ovunque nel giardino di Fersen statue di fauni e di divinità, ricordavano gli antichi dei e sul viale d’ingresso una sacerdotessa di Ercolano salutava gli ospiti: quando il vento soffiava, sonagli sparsi nella vegetazione tintinnavano come seducenti richiami.

Il mito viveva ovunque ricordato da statue e iscrizioni: nella pergola più prossima al mare, quasi a picco sulla scogliera, vi era la nicchia di un Bacco fanciullo incoronato di edera e pampini; su di una terrazza circondata da grandi magnolie la statua di Pan intento a suonare la siringa recava sul suo piedistallo la scritta di D’Annunzio Laus vitae, laetitia terrae. Duemila anni prima quando Tiberio governava l’impero dalla sua villa Jovis, poco al di sopra del giardino di Fersen, Thamus, marinaio egiziano di una nave che dalla Grecia portava viveri a Roma gli aveva recato la notizia della morte di Pan. L’imperatore, al sentire l’impressionante racconto chiese chi fosse costui e gli fu detto che era il dio greco della pastorizia e della sessualità, sempre a caccia di ninfe, voce di tutte le creature naturali. La statua collocata da Fersen era dunque un omaggio alla natura ed alla sessualità come fremito che tutta la anima. Quella sessualità che lo scuoteva e lo aveva condotto all’esilio in compagnia del giovane Nino in cui rivedeva l’immagine degli antichi efebi.

Incontrato durante un breve soggiorno a Roma, Nino Cesarini aveva solo quindici anni; il barone rimase conquistato dalla bellezza di quel giovane muratore dal corpo acerbo e perfetto e dai nobili lineamenti. Orfano e in ristrettezze economiche Fersen non ebbe difficoltà a condurlo con sé a Capri, promettendogli protezione ed istruzione.

Fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Villa Lysis divenne punto di riferimento per tutti i personaggi che trascorrevano lunghi periodi a Capri. L’eccentrica marchesa Luisa Casati Stampa, ad esempio, era un’ospite fissa: grande amica di Fersen si intratteneva a fumare oppio insieme a lui.

Nonostante ciò, con la partenza di Nino per il fronte, Jacques divenne sempre più solo e irrequieto; tornò per un periodo a Parigi e a Nizza, subì un ricovero a Napoli a causa di una grave intossicazione da oppio e rientrò infine a Capri dove precipitò sempre più nella dipendenza dalle droghe.

Una sera di novembre del 1923, durante una furiosa tempesta, dopo aver fumato nella camera cinese, Jacques versò in una coppa di champagne l’intero contenuto di una scatoletta d’oro: cinque grammi di cocaina. Bevve tutto d’un fiato, forse memore delle parole attribuite a Wilde: “Bisogna partire prima che il sogno finisca”. Agonizzante venne trasportato nella sua camera, dove morì poco dopo tra i bagliori dei lampi e la luce tremolante delle candele. Fersen, venne ricomposto nella camera ardente, tra candele rosa e ghirlande di fiori.

Il suo feretro, che nessun prete volle benedire, fu trasportato a Roma per la cremazione.

Le sue ceneri rientrarono infine a Capri dove tuttora riposano nel cimitero acattolico.

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