New York 1917.

Dopo aver fissato per un po’ prima il soffitto e poi il pavimento, senza aprir bocca, Arthur si toglie la giacca e la lascia cadere sulla pedana.
Poi si libera della cravatta, del panciotto e comincia a slacciare uno dopo l’altro i bottoni della camicia.
Se la toglie come se volesse strapparsela dalle spalle.
Quando è sul punto di abbassarsi i pantaloni, qualcuno chiama la polizia. […]
La sua detenzione si protrae per cinque giorni e ha il vantaggio di confermarlo nell’orgogliosa consapevolezza di potersi ritenere ancora quel “conferenziere brutale” che tre anni prima, al Cercle de la Biche e alla salle des Sociètés Savantes di Parigi, aveva ingiuriato il pubblico, sparato in aria alcuni colpi di pistola, fatto l’elogio dei ladri del Louvre e in generale degli uomini di sport e infine deplorato che il colera non avesse fatto strage dei grandi poeti”(1).

Il suo vero nome era in realtà Fabian Avenarius Lloyd.
Di nazionalità inglese, adottò il nome Arthur Cravan, in onore di Rimbaud e del paese natale della sua compagna Renée.
Dotato di una stazza fisica imponente, forgiata in gioventù presso la scuola inglese di Losanna, dove apprese con passione i rudimenti della boxe, dalla sua parte non aveva che la giovinezza e la sfrontatezza: “ho vissuto in un’epoca in cui potevo a volte provare la vertigine di pensare che forse nessuno mi era pari“.

Dopo anni passati a girovagare per il mondo, inseguitore o inseguito, coinvolto in avventure nelle quali è talvolta arduo riuscire a separare realtà e leggenda, nel 1908, Cravan, ventunenne e determinato più che mai a diventare un personaggio noto “coi pugni o con le parole”, arrivò a Parigi, dove entrò in contatto con gli artisti del Café du Dôme, punto d’incontro della rive gauche di Parigi e frequentato da pittori, scultori, scrittori, poeti, modelle e mercanti d’arte, nonché dalla folta colonia di letterati americani orbitanti attorno alla capitale francese.

Il capitolo parigino della vita di Arthur e Renée riassunse con intensità e ardore la forza dello spirito anticonformista della coppia: lei, ballerina di can-can, lui venditore di quadri falsi, poeta, pugile che alternava i guantoni all’immagine del dandy: “amava sfoggiare il più delle volte camicie di seta nera, che lasciavano intravedere sotto lo sparato tatuaggi e iscrizioni oscene”.

Dal 1912 al 1915 diede alle stampe in qualità di autore, redattore ed editore la rivista Maintenant, una corrosiva rassegna di critica artistico-letteraria dai toni spregiudicati che non faceva sconti né agli autori della tradizione borghese, né tanto meno ai portavoce delle cosiddette avanguardie.
La sua azione si sviluppò in un clima di assoluta irriverenza, di provocazione e scandalo: “Se scrivo è per mandare in bestia i miei colleghi; per far parlare di me e cercare di farmi un nome. Se hai un nome, hai successo con le donne e negli affari”.

La sua tenacia e l’impeto delle sue idee vennero supportati da un instancabile lavoro di diffusione della rivista, che lui stesso portava presso i circoli parigini a bordo di un carretto da fruttivendolo.
In breve, il giovane colosso semisconosciuto divenne un personaggio temuto e rispettato per le proprie idee e per i pugni con cui era disposto a difenderle.
Questi tratti dominanti nel suo carattere arriveranno indubbiamente ad influenzare decisamente, prima di svanire letteralmente nel nulla, artisti come Duchamp, Picabia e i membri del movimento DADA, che stava muovendo i primi passi.

Era infatti il 5 febbraio 1916, quando a Zurigo Hugo Ball fondò il Cabaret Voltaire, circolo letterario ed artistico il cui segno distintivo era l’assenza di regole e limiti, il ricorso a provocazioni e dissacrazioni di ogni genere e la combinazione di linguaggi artistici inusuali.

Scopo principale del dadaismo era di combattere l’arte con l’arte per cui il principio cardine era la negazione di tutti i valori e canoni estetici delle avanguardie tradizionali, accusate di essere eccessivamente funzionali ai valori del sistema borghese. Tale aspirazione si concretizzò nell’impiego originale di fotomontaggi, ready-made, collages e performances teatrali. Il caso e l’improvvisazione divennero così elementi essenziali di questa nuova libertà espressiva.

Ciò si tradusse nel rifiuto del concetto di bellezza, degli ideali della ragione positivistica, del progresso e del modernismo a cui venivano contrapposti una libertà senza freni, l’irrazionalità, l’ironia, il gusto per il gesto ribelle e irridente, lo spirito anarchico.

Tipico prodotto Dada fu il ready-made, un prodotto ordinario tolto dall’oggetto originario e messo in mostra come opera d’arte. L’opera dell’artista non consisteva più nella sua abilità manuale, ma nelle idee che riusciva a proporre.
I collages dadaisti si sono così trasformati in fotomontaggi che hanno rivoluzionato il modo di vedere le fotografie, da rappresentazioni poetiche della realtà a strumenti iconoclasti utilizzati per distruggere le immagini creando nuove opere d’arte.

Tra le opere più famose in assoluto troviamo certamente i Fatagaga (Fabrication de tableaux garantis gazométriques/Manufacture of guaranteed gasometric pictures), straordinari collages collettivi dall’indubbio impatto sulle persone che li osservano, alla ricerca di un significato personale per svelare il mondo fluttuante dei dadaisti.

Etimologicamente la parola dada non significa nulla.
TOUT EST DADA

(1) Edgardo Franzosini, L’importanza di non chiamarsi Fabian Avenarius Lloyd, in Arthur Cravan, Grande Trampoliere smarrito, Adelphi, 2018

  • Gabriele Tinti, Mauro Cicarè, Io sono Arthur Cravan, NPE, 2016
  • Maria Lluisa Borras, Arthur Cravan. Une stratégie du scandale, PLACE NE, 1997
  • Mirella Giuggioli, Il Dada(ismo) ovvero dada non significa nulla, goWare, 2018
  • http://www.atmosphereblog.com/cazzotti-dada-la-vita-a-pugni-stretti-di-arthur-cravan/
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