“Come ci si deve vestire?
Alla moda.
Come ci si veste alla moda?
Facendosi notare il meno possibile”
(Adolf Loos, Come ci si veste, Skira editore 2016)

Adolf Loos, vissuto a cavallo del XX secolo, può essere considerato a tutti gli effetti uno dei grandi pionieri dell’architettura moderna, così come un grande innovatore in diversi ambiti interdisciplinari.
Produsse una folta serie di scritti, talvolta veri e propri articoli pubblicati da importanti riviste, tra cui il giornale viennese “Neue Freie Presse”, dove affrontava considerazioni ad ampio raggio su molte tematiche legate anche ai canoni dell’eleganza maschile, che, come in ambito architettonico, egli voleva ispirati alla semplicità, all’essenzialità e alla mancanza di fronzoli, in                                                                                                      modo da evidenziare sempre la pura bellezza dei materiali.

Coerentemente con quanto sostenuto nei suoi testi, egli era sempre vestito in maniera ineccepibile, si serviva dei sarti Goldman & Salatsch, fornitori della corte asburgica, nonché committenti di varie sue opere.
La sua sete di stile era contagiosa, tanto che si narra che persino un’infermiera che l’aveva assistito ne era stata a tal punto contagiata da confessare: «Ho imparato davvero molto dal signor Loos. L’uniforme che indosso, ad esempio,  l’ho fatta fare seguendo le sue indicazioni».

Il suo impatto sulla cultura architettonica del Novecento è stato, al pari di altri maestri, profondissimo e non tanto legato alla produzione architettonica in sé, visto che il suo lascito è stato particolarmente esiguo e per lo più riguardante interni, molti dei quali sono arrivati a noi soltanto attraverso immagini fotografiche, ma con riferimento ai fondamenti disciplinari del fare architettura.

L’aspetto dell’opera di Loos che ci interessa sottolineare e che viaggia in parallelo coi discorsi legati all’eleganza nel vestire ha a che fare con il carattere evocativo di particolari stati d’animo delle sue architetture. Questo tema, che emerge continuamente dai suoi scritti, nasceva dalla volontà di evocare un particolare senso di armonia, determinata dalla configurazione e concordanza di tutti gli oggetti, sia naturali sia artificiali, che abitavano lo spazio.

L’architettura era chiamata a rispondere a un’accurata osservazione del sentimento del luogo e non a considerazioni astratte: le opere dovevano connettersi profondamente all’esperienza di chi le avrebbe abitate, sia per quello che riguardava gli involucri esterni, sia e soprattutto la definizione degli spazi interni della casa, concepita come specchio dell’anima.

La “filosofia dell’abbigliamento” di Loos, così come la sua architettura, era dunque fondata sul dualismo interno-esterno.

La parte esteriore di un abito o di una casa serviva a collocare ciascuna persona e ciascun edificio, nello spazio adeguato rispetto alla struttura sociale di cui faceva parte: ad esempio, egli vedeva tutto ciò che risultava appariscente come sconveniente agli occhi della buona società ed errato per quanti volessero essere vestiti in modo corretto.
Mentre Il pubblico più raffinato in fatto di moda adottava in genere quelle innovazioni che meno venivano percepite dalle classi medie e che attingevano la propria modernità dallo stile delle giovani generazioni per poi espandere la propria influenza anche a quelle più adulte, gli amanti dell’abbigliamento eccentrico erano condannati a inseguirne costantemente anche i più rapidi mutamenti.

Se l’apparenza esterna dell’abito era quindi spazio di rappresentazione, l’interno, invisibile da fuori, stabiliva una relazione intima con il corpo, con il quale si trovava direttamente a contatto, dovendo pertanto accogliere il movimento ed essere confortevole. Il suo ruolo non si limitava però a questo singolo bisogno primario: il movimento era da intendersi come fatto complesso, composto  non solo di traiettorie ma anche di relazioni e forme del tutto individuali dell’abitare. A questo serviva l’interno dell’abito e per analogia, lo spazio architettonico.
Il ruolo dell’abbigliamento consisteva nel tramite utile per raggiungere un ideale di “raffinatezza”, derivata dalla simultanea combinazione di individualità e omogeneità sociale, tratti sottesi al suo ideale di persona moderna.

La “aristocrazia dello spirito” trovava la sua massima espressione, per Loos, nel Gentleman inglese, il cui semplice abbigliamento risultava essere la rappresentazione esteriore della vera modernità. La necessità di distinguersi, sosteneva nel più famoso e controverso dei suoi scritti, Ornamento e delitto, era invece attributo delle civiltà primitive.

L’espressione di individualità è quanto più distinse le opere di Loos: proprio come per gli abiti maschili, che devono celare più che rivelare, la configurazione esterna delle sue case era tale da lasciar trapelare ben poco del loro interno, eliminando in genere qualsiasi forma di ornamento e non consentendo alcuna introspezione nel privato dallo spazio pubblico. Di quanto accadeva all’interno di una casa si aveva ben poca nozione, poiché la complessità degli spazi domestici era accuratamente celata alla vista: «Verso l’esterno la casa deve essere muta, all’interno disveli tutta la sua ricchezza».

Loos attribuiva dunque a ciascun ambiente una specifica atmosfera, ma anche delle dimensioni ergonomiche precise, pensate sia per il muoversi, sia per lo stare. I suoi interni, si potrebbe dire, erano “tagliati su misura”, proprio come un buon abito di sartoria si adatta alle peculiarità fisiche di chi lo indossa, potendo infine essere considerati dei veri e propri “abiti per abitare”, dove l’individualità del soggetto e la capacità artigianale a lui cara ponevano la figura dell’architetto in un ambito più prossimo a quella del sarto che dell’artista.

Il fascino profondo delle architetture di Adolf Loos derivava dall’atmosfera evocata dalle superfici preziose e perfettamente assemblate, ma ancor più dalle “tracce” lasciate dall’immaginario transito degli abitanti di questi spazi, la cui presenza, sebbene trascorsa, rimane tangibile. L’atmosfera non era data qui solo dagli oggetti materiali, ma da tutto ciò che questi oggetti, nelle relazioni fra loro e con noi implicano.

L’architetto doveva assommare in sé i saperi dell’artigiano, la cultura del costruire e i principi della tradizione classica, supportati da una profonda sensibilità per gli aspetti cromatici e spaziali.
Le sue opere vennero fondate su un pensiero razionale, composte da forme geometriche pure, dettate da esigenze funzionali-costruttive, privilegiando al tempo stesso la qualità tattile e cromatica delle superfici, il loro dimensionamento e l’articolazione di piani e volumi.
Le sue architetture  risultavano infatti sobrie, costituite da volumi netti accostati fra loro che definivano spazi interni controllati che davano vita a tipologie che, pur sembrando a volte complesse, erano in realtà molto semplici, precise e chiare.

Isolato dalla cultura architettonica del suo tempo a causa della sua riforma del linguaggio legato all’ornamento e favorevole alla pura utilità, Loos ha così posto le basi per la fondazione dell’architettura moderna.

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